mercoledì 12 ottobre 2011

LONDON CALLING! # 5 RAGNAROK: THE END OF THE GODS BY DAME ANTONIA S. BYATT

Non potevo non affidare la chiusura di LONDON CALLING! all'ultimo attesissimo libro che è uscito a Londra il primo settembre per mano di una delle scrittrici che amo di più, Antonia Susan Byatt. Nata il 24 agosto del 1936 a Sheffield nel South Yorkshire, Byatt, Dame Commander of the Order of the British Empire dal 1999, è considerata una delle più importanti scrittrici e critiche inglesi, due mestieri che nella sua vita si compenetrano senza sosta e che le hanno fatto pubblicare fino ad ora, nell'una e nell'altra veste, oltre trenta titoli (la metà sono romanzi e raccolte di racconti).


Antonia S. Byatt


L'ultimo, Ragnarok: The Ends of the Gods è stato pubblicato dalla Canongate Books, prestigiosa casa editrice indipendente scozzese, nella collana The Myths che dal 2005 a oggi ha coinvolto 14 grandi autori impegnati nel riscrivere la storia  dei loro miti preferiti. Tra questi, Philip Pullmann, Karen Armstrong, Michel Faber, David Grossman, Ali Smith, Margaret Atwood, Alexander McCall Smith (degli ultimi quattro potete trovare i titoli tradotti in Italia da Rizzoli nella collana Rizzoli miti).

A. S. Byatt,
Ragnarok,
Canongate Books, Edimburgh, 2011

Antonia S. Byatt ha detto in più di un'occasione - e l'intero corpus delle sue opere è lì per soccorrerla -  che al romanzo realista preferisce il romance, un genere che ha la sua origine nella mitologia, nella fiaba, nelle novelle popolari: 
Credo nella verità ma penso d'altra parte che gli esseri umani abbiano bisogno di storie. Fiaba e realismo possono contaminarsi. Il sottotitolo di Possessione - A Romance - viene da Hawthorne, e lui la usava per definire il suo capolavoro La lettera scarlatta. Questo gli dava, diceva, una latitudine per inventare. Anche lui scriveva fiabe e racconti fantastici.

Nathaniel Hawthorne, La bambina di neve.
Un miracolo infantile
, Topipittori, Milano,  2007

Così quando la Canongate l'ha invitata a contribuire con un titolo alla serie The Myths, Byatt ha detto subito di sì e, nelle sue parole, sapeva fin dal primo momento che avrebbe potuto scrivere solo del Ragnarök della mitologia norrena, il mito della fine di tutti i miti, il mito a cui ha attinto anche Richard Wagner per Der Ring des Nibelungen, quello in cui gli dei sono stati tutti distrutti. 
Ho scelto la mitologia nordica del Ragnarök perché è stato durante la sua lettura che è avvenuta la mia prima esperienza della comprensione della differenza tra mito e fiaba. Ho incontrato Ragnarök  in un volume per bambini dal titolo Asgard and the Gods che ricordo ancora perfettamente: rilegato, con la copertina di pelle verde e arricchito da bellissime incisioni su acciaio. Lì, come dicevo, è rimasta impressa per sempre nella mia mente la differenza tra leggere il mito, la fiaba o le storie che raccontavano di persone reali. In fondo, i protagonisti dei miti assomigliano molto ai protagonisti dei romanzi.
Ragnarök  (conosciuto anche come Il crepuscolo degli dèi), nella mitologia nordica è la battaglia finale fra le forze della luce e quelle delle tenebre, con la quale terminerà il mondo. Nel 1941, a causa della seconda guerra mondiale, Sheffield fu evacuata e Antonia dovette rifugiarsi con la famiglia nella campagna inglese. Ogni mattina, dovrà percorrere oltre due miglia a piedi per raggiungere la scuola e lo farà attraversando campi di primule, di bocche di leone, di violacciocche, i fiori e i colori di quello che dall'altezza dei suoi cinque anni le sembra un vero paradiso terrestre. Impara a leggere velocemente. La madre le regalerà un libro sui miti nordici che presto diventerà uno dei suoi preferiti. È "un volume solido" e nelle sue pagine la attenderà una storia spaventosa. Nel frattempo dovrà fare i conti con un incubo ricorrente, quello che i tedeschi stanno progettando di rapire i suoi genitori. Tutti e tre, madre, padre e figlia, sono impigliati nelle ansie del loro tempo. Questo senso di eterna paura e di conflitto agisce come un'ancora, e nella sua mente si intrecciano le storie delle divinità nordiche con la storia della guerra, la sua guerra, in una sorta di romanzo di formazione. Asgard and the Gods si rivela per Antonia un confronto incessante e violento, il cui esito è sola desolazione per la bambina. Ma le immagini rappresentate nelle incisioni del libro saranno per lei una fonte di portentose visioni. Antonia passerà ore guardando le figure di alcune rocce antropomorfe nel Riesengebirge, massi che sembravano giganti caschi militari mossi da braccia belligeranti. La pietra era informe, inerte, fino a quando non è stata animata da "l'occhio della lettura" di quella bambina spaventata che in essa vedeva figure di bestie in agguato nelle tenebre tratteggiate dai rovi, un cespuglio pronto a impersonare un cane accucciato, l'ombra di un ramo raffigurare la lingua letale di un serpente. Cosciente di aver imparato a realizzare questo piccolo miracolo, Antonia proverà l'esperienza precoce del potere che appartiene esclusivamente all'artista. Risale alla memoria di quella sensazione primigenia, l'idea di diventare scrittrice.
Ho provato una o due volte a trovare un modo per raccontare il mito in modo che questi potesse conservare intatte la sua distanza e differenza. Alla fine, mi sono resa conto che stavo scrivendo per me stessa bambina, e del modo in cui avevo incontrato i miti e il primo pensiero sul mondo quando ho letto per la prima Asgard and the Gods. Così, ho introdotto la figura della "bambina sottile in tempo di guerra". Ma questa non è solo la storia di questa "bambina sottile", che è sottile in parte perché era magra e in parte perché ciò che che appartiene al suo mondo è sottile e luminoso.
La tragedia della guerra avrebbe potuto distruggere il mondo della "bambina sottile", invece, la piccola riuscì a fare dell'intreccio di mito e realtà un racconto di struggente bellezza e di resurrezione.
Scrivere una versione del Ragnarök nel ventunesimo secolo, però, non poteva esimere l'autrice, che ha sempre fatto dell'uso della metafora la guida della costruzione del suo stile, dall'esprimere un pensiero sulla profezia della fine del mondo.
Siamo una specie animale che sta conducendo alla fine il mondo in cui siamo nati. Non per malvagità o malizia, o non principalmente, ma a causa di una miscela sbilenca di intelligenza straordinaria, avidità straordinaria, straordinaria proliferazione del nostro genere e cecità biologica. Volevo scrivere la fine della nostra Midgard ma non volevo farlo in forma di allegoria o di sermone. Quasi tutti gli scienziati sostengono che volgiamo verso la nostra estinzione sempre più rapidamente. In un certo senso il Serpente di Midgard è il personaggio centrale nella mia storia. Ama vedere i pesci che uccide e consuma, o addirittura uccide per divertimento. Avvelena la terra, perché è la sua natura. Quando ho iniziato a lavorare su questa storia avevo diverse metafore moderne in mente. Ma alla fine ho cercato il più possibile di raccontare il mito nei suoi propri termini, così come lo scoprì la "bambina sottile" ormai settant'anni fa.
È così che il libro di Antonia S. Byatt diventa tre libri in uno, un coro polifonico che permette di ascoltare le tre voci distinte e sovrapposte della scrittrice: la parte autobiografia, quella dell'infanzia, è ricreata con un tono di meraviglia ingenua, quella di un "parlamento lucido" delle cornacchie sulle cime degli alberi, di un bocciolo di un papavero "che racchiude il suo segreto". Quando il mito prende il sopravvento, Byatt adotta una voce che diventa affascinante e oracolare, come fosse una delle Norne che ricordano l'inizio e prevedono la fine di Götterdämmerung. L'epilogo, esaurite le gioie infantili e l'affabulazione della leggenda, assume un tono più autorevole, quello che serve a un saggio per disquisire sull'attualità del simbolismo del mito di RagnarökLe tre voci corrispondono alla convinzione della dame inglese che scrivere un libro è "un'attività tridimensionale", che c'entra con il valore del "fare". Quello che in effetti ha fatto in Ragnarök: The Ends og Godsgrazie ad una rara fusione di fantasia e intelletto, sensuale poesia e prosa cerebrale, gioia giovanile e saggezza, è di regalarci un intero mondo, come fece nei suoi due indiscussi capolavori:  Possessione. Una storia romantica (Einaudi, Torino, 1992) e Il libro dei bambini, l'ultimo suo titolo uscito in Italia che vi racconto con un articolo che scrissi qualche mese fa per la rivista  LG ARGOMENTI.

 

A. S. Byatt, Il libro dei bambini,
Einaudi, Torino, 2010

… WHEN WE WERE VERY YOUNG... 
Il Libro dei Bambini di Antonia S. Byatt

“Scrivo libri che parlano di libri, che hanno racconti e storie al loro interno, perché mi piace 
immensamente leggere, perché leggendo vivo più intensamente che nella vita. Perché da piccola 
non ho fatto altro che leggere, tutto, dai miti del nord, con la loro conclusione terribile,
 alle leggende greche, a cui non riuscivo a credere, alla mia amata George Eliot”
Antonia S. Byatt

     Sembra quasi voler cogliere e portare avanti le fila proprio del Middlemarch di George Eliot, Antonia S. Byatt, in questo suo nuovo capolavoro uscito dopo vent'anni da Possessione, che le valse il Booker Prize con cui, non di meno, Il libro dei bambini (Einaudi, Torino, 2010,  700 pp., € 25,00)  ha una certa familiarità, almeno sul piano strutturale. Qui, il racconto di quattro famiglie e del farsi della vita dei loro membri nel perimetro delle tessute connessioni, si snoda nel tempo che va dal 1895 alla fine della prima guerra mondiale, una linearità temporale attorno alla quale si dipana l'intreccio di diversi piani narrativi di grande complessità, caratteristica dei libri di Byatt, tanto che per il lettore è impossibile non abbandonare tutto e dirigersi verso Nord, attraversare lo stretto e partecipare alla storia dell'Inghilterra in uno dei momenti cruciali della sua formazione politica, culturale e sociale. 
Il libro, infatti, oltre ad essere un romanzo avvincente ricco di colpi di scena si rivela, in questo senso, un prezioso saggio per indagare un momento storico e formativo di fondamentale importanza nel passaggio tra due epoche, la vittoriana e l'edoardiana, che ha rivoluzionato il modo di vivere degli inglesi intenti a combattere, con tutte le loro forze artistiche e intellettuali, contro le brutture create dal grigiore, dalle disparità sociali, dalle mere scelte utilitaristiche frutto della rivoluzione industriale e degli anni severi benedetti dallo scettro della Regina Vittoria. 
La scelta di lasciare la città per una vita che li mettesse di nuovo a contatto con la natura, nella continua ricerca di un'esistenza vera, libera e spontanea, dove il recupero di un'estetica che, nella sua pienezza, si esaltava nel mito come nostalgia della perdita di una terra promessa che era ancora possibile ritrovare, si mostrò loro come l'unica risposta alla tecnica che tutto insidia e distrugge. Ecco allora apparire tra i protagonisti di questo romanzo, ritirati nel Giardino d'Inghilterra, scrittori, teatranti, ribelli fabiani, anarchici, marionettisti e burattinai, maestri vetrai, precettori, suffragiste, ricamatrici, creatrici di gioielli, direttori di museo, uniti nel perseguire i piaceri della vita ma anche il loro lavoro come una vocazione da portare allo stremo, quasi con l'ostinazione e l'immedesimazione del gioco bambino. 
I bambini o, meglio, il profondo interesse e la nostalgia degli adulti per l'età perduta che portò alla nuova idea dell'infanzia affacciatasi sul finir del XIX secolo in Inghilterra, sono i veri protagonisti di quest'opera. 
La vecchia umanità si era ormai stancata di essere ottusamente autoritaria e iniziava a sentire il bisogno di diventare più tenera, più giusta e i bambini, e l'idea che si ha dei bambini, si sa, ad ogni generazione, possono dare vita all'epopea di una nuova epoca. Succede così che quel rispetto dell'individuo che era stato uno dei dogmi della sua vita morale, l'Inghilterra decide di applicarlo ai più piccoli, sancendo di non far più coincidere quel diritto con l'età adulta: «I fabiani e gli scienziati sociali, gli scrittori e gli insegnanti videro, in modo diverso dalle generazioni precedenti, che i bambini erano persone, con identità, desideri e intelligenze. Videro che non erano né bambole, né giocattoli, né adulti in miniatura. Videro, in molti casi, che i bambini avevano bisogno di libertà, avevano bisogno non solo di imparare, e di essere buoni, ma anche di giocare ed essere selvaggi». 
Forse non è un caso che, in quel momento, scrivere per bambini abbia rappresentato una delle forme più alte di letteratura, seguendo l'eco di quella rivoluzione dichiarata da David Copperfield nel 1849, con il dialogo in prima persona riferito alla governante Peggoty, la prima presa di coscienza letteraria spregiudicata, ironica, insolente, da parte di un ragazzo che aprì tutto un secolo di ricerche sulla psicologia infantile, che sancì l'atto di nascita di quella che vedremo fiorire qui come la vera letteratura per l'infanzia. Così, al fianco dei libri di Olive Wellwood, famosa e bella scrittrice di racconti per ragazzi protagonista de Il libro dei bambini, appaiono le opere di Lewis Carrol, James M. Barrie, di Kenneth Grahame, Beatrix Potter, di Kipling, Saki, di E. Nesbith ma anche le presenze di adulti che, forse desiderosi di una perpetua infanzia, sapevano intrattenere, chi con essa chi con la sua raffigurazione, rapporti privilegiati: da Oscar Wilde, H. G. Wells, a Virginia Woolf e il “Bloomsbury”, da Emma Goldman, George Bernard Show, a Rupert Brooke, tra gli altri. Purtroppo, alle meraviglie, all'incanto dell'età dell'oro e dell'età dell'argento, titoli dei due capitoli centrali del libro di Byatt, non segue l'età di bronzo come fu nel pensiero di Esiodo ma la tragica età del piombo, quella della prima guerra mondiale dove la generazione che aveva scelto di essere libera, selvaggia, bambina, venne massacrata. Il racconto qui si fa conclusione dura e spietata, commovente nel ricordare come, fino all'ultimo, quei soldati-bambini non abbandonarono il loro mondo chiamando le trincee con i nomi dei personaggi e dei luoghi dei loro libri incantati: «Trincea del Tricheco», «Trincea dei Fanghilosi Tavi», di «Borogavi», nel ricordo di Alice ma anche in quello di Peter «Trincea di Peter Pan», «Boschetto di Uncino», «Casetta di Wendy», numi tutelari di quell'infanzia che lì finì per non finire mai. 

(LG ARGOMENTI, Genova, n.1 anno XLVII, gennaio - marzo 2011)



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