giovedì 10 luglio 2014

IL RITORNO DI GAVROCHE, LA PEDAGOGIA DELLE NARRAZIONI E IL CRONOTOPO NASCOSTO

Ci siamo lasciati lì, sulla soglia della Fiera del libro per ragazzi di Bologna, che di solito vi raccontavo con una serie di post dedicati.
Invece, quest'anno Gavroche si è fermato, non una parola.
La motivazione? Antipatici motivi personali che hanno reso, per questo lunghissimo tempo, quasi incompatibile la relazione tra miei occhi e lo schermo del computer.


Illustrazione di © Mattias Adolfsson


Dicevo, sulla soglia.
Dalla Fiera sono tornata con un bel numero di domande che mi hanno rivolto, o regalato come spunti per una riflessione più ampia e articolata, alcuni lettori di Gavroche che mi hanno invitata a partecipare a un incontro, stralunato e divertente fuori di misura, improvvisato sulle panchine tra il 25 e il 26, due dei quattro storici padiglioni della kermesse.

Da lì ha preso vita un gioco di rimbalzi via mail, di domande poste e riproposte e tentativi di risposte multiple, a quel punto aperte anche ad altri lettori che non erano presenti all'incontro ma che stavano partecipando ai miei i corsi.

Dopo pochi giorni è stato evidente che avevamo perso il controllo della cosa, ma come fare a tornare indietro? Alcuni avevano ricevuta risposta, altri no; gli studenti si aspettavano consigli, altri riferimenti appropriati e puntuali; un piccolo gruppo indicazioni precise, infine, altri ancora un appuntamento per discutere o valutare progetti.


Illustrazione di © Mattias Adolfsson


Mi sono anche resa conto che, per la quantità di tempo che avrebbe richiesto e per l'esiguo orario-video giornaliero che mi era stato concesso, non sarei riuscita a rispondere a tutti. E così, grazie anche all'ingegnosa soluzione proposta da una lettrice, la preziosa e impareggiabile Chiara B. che ha messo mano al monte mail, con il consenso e la cooperazione degli altri lettori, sono state passate al vaglio le domande per tirarne fuori una lista di 10, ma poi 5 mi sono sembrate il numero giusto a cui rispondere in questa sede.

Ecco, quelle che seguiranno sono le 5 domande riscritte da Chiara a cui, come promesso, rispondo nel primo post della ripresa di Gavroche.

Ma di quali domande stiamo parlando?

Sono domande che mi sono state poste per capire che cosa si intende quando si parla di "Pedagogia delle Narrazioni", le cui risposte, come mi hanno suggerito i lettori, potrebbero interessare a chi un giorno decidesse - con un gesto intelligentemente folle - di dedicarsi a questo ambito della conoscenza, o qualcosa di molto simile, cosa ancora non così frequente nel nostro Paese.


Dunque, partiamo.


1 - Di che cosa si occupa la "Pedagogia delle Narrazioni"? 

R. Intanto di ricerca e riflessione continue, appunto, su ciò che si intende per narrazione e sulle sue mutazioni. 

Certo, l'inizio non vi è di aiuto, ma prendete queste prime righe come un'indicazione per l'atteggiamento da tenere nel leggere questo dialogo informale sull'argomento; pensatela come una sorta di esortazione a valutare le parole che seguiranno non come il frutto di certezze acquisite una volta per tutte, ma come tracce lasciate da continui spostamenti su una mappa, difficilmente collocabile nello spazio e nel tempo, che cambia i tratti sotto i vostri occhi con imprevedibile e certa costanza.

Mettiamola così: per semplificare, vi racconterò di due pensieri che mi sembrano buoni punti di partenza per orientare la visione che dovrebbe inseguire chi gravita nell'ambito della "Pedagogia delle Narrazioni" (fermo restando che, per quanto mi riguarda, sarebbe più opportuno dire che mi occupo di Storytelling, termine intraducibile inventato dagli americani che hanno dedicato anni di studi all'argomento, e che lo faccio partendo dalle prime narrazioni, quelle che si trovano all'origine di ogni cosa, che si rivolgono ai bambini e ragazzi).


Illustrazione di © Mattias Adolfsson


Vi dicevo, dei due pensieri, che qui riesco a riportarvi solo nella trascrizione dai miei quaderni, quindi passibili di imperfezioni, perché non ho i libri con me mentre scrivo. 

Il primo è di Jean Paul Sarte e lo trovate ne La nausea, scritto nel 1934 e pubblicato nel 1938 (Einaudi, ultima 2014):

«Un uomo è sempre un narratore di storie. Vive circondato delle sue storie e delle storie altrui, tutto quello che gli capita lo vede attraverso di esse e cerca di vivere la sua vita, come se la raccontasse».

Il secondo, iniziamo a salire, è di Walter Banjamin (e di chi se no?) e lo trovate ne Il narratore. Considerazioni sull'opera di Nikolaj Leskov scritto nel 1936 (fino a pochi anni fa solo in Angelus novus, che significava che la scalata dovevate farvela più o meno tutta da soli, e dal 2011 pubblicato, sempre da Einaudi, con l'introduzione, la postfazione e le note al testo di Alessandro Baricco, la scalata non si trasforma in una passeggiata ma con una guida così di sicuro diventa più interessante e divertente. N.B. Se non avete idea di che cosa intendo per scalata potete farvela QUI):

«Il giusto è un uomo che sa orientarsi sulla terra senza avere troppo a che fare con essa», scrive Benjamin dopo aver incontrato questa figura nei racconti di Leskov, e poi continua nel suo inconfondibile stile, «Il narratore è l'uomo che potrebbe lasciare consumare fino in fondo il lucignolo della propria vita alla fiamma misurata del suo racconto. Il narratore è la figura in cui il giusto incontra se stesso».

La "Pedagogia delle Narrazioni" studia principalmente questo: che cosa si intende per narrazione e il ruolo della figura di colui che narra. E lo fa usando le categorie del passato e del futuro per interpretare il presente e comprendere le modalità e le forme in cui i due elementi, narrazione e narratore, mutano di continuo la loro espressione.

Premetto che il discorso sarebbe lungo e piuttosto complesso, ma penso che tra questi due pensieri, che in anticipo su altri posero la narrazione al centro dell'esistenza, vicini tra loro, ma distanti un'ottantina di anni da noi, si possa giocare ancora l'inizio di una bella partita su che cosa intendiamo per narrazione.

Le parole di Sarte, suonano ancora oggi come profetiche. Se è vero infatti che esse hanno anticipato la condizione di uno stare al mondo che a noi oggi pare ovvia, e cioè che la nostra identità si costruisce, viene definita, si esprime attraverso i racconti delle nostre e altrui storie, è altrettanto vero che, a leggerle in trasparenza, mostrano un pericolo che da lì a qualche anno si sarebbe concretizzato in quella tragica narrazione che fu il nazismo, pericolo
 che in altra forma stiamo vivendo anche oggi, in uno scenario dove la narrazione ha preso il posto della realtà e si consuma nel tempo di un autoreferenziale presente.

E guardate che non è una questione da poco
 per chi si occupa di narrazione, questa delle categorie temporali, ancor più per chi, come me, lo fa partendo dai bambini e ragazzi e si confronta ogni giorno con il problema di riuscire a trovare i modi e mezzi per raccontare il passato o per fare immaginare loro il futuro. La "Pedagogia delle Narrazioni" si interessa anche di questo, di trovare i modi appropriati per ogni tipo di racconto, i mezzi giusti per trasferire esperienze in un momento in cui, mai come prima d'ora, proprio la categoria del «fare esperienza» è profondamente mutata a favore di una mobilità, velocità e di un porsi in superficie che fino a qualche anno fa sarebbero stato difficile da immaginare.

Chi è allora colui che narra in questo contesto?

Ecco che arriva Walter Benjamin in nostro soccorso, colui che al centro del discorso, insieme alla narrazione, ha messo l'importanza della figura del narratore.

È curioso sapere che Benjamin aveva intravisto nella privazione della capacità di scambiare esperienze, individuata come conseguenza del passaggio dalla narrazione orale a quella scritta, la causa dell'avvio al tramonto dell'arte del narrare. Il che significa che, allora come oggi, fu una mutazione della categoria dell'esperienza a fare la differenza. Ed è magnifico assistere come, da quelle che a un primo sguardo parrebbero sembrare ceneri, Benjamin abbia permesso al narratore di risorgere come una fenice: «Il giusto è un uomo che sa orientarsi sulla terra senza avere troppo a che fare con essa» e poi, lapidario, «il narratore è la figura in cui il giusto incontra se stesso».

Che Benjamin abbia deciso di introdurre, a un certo punto del discorso, una categoria etica per illuminare il suo pensiero senza l'obbligo di dare spiegazioni è indubbio. Su come lo sia riuscito a fare, a ragione e tenendoci stretti lì con lui, è il mistero del suo immutato fascino.

Una cosa è certa, scegliendo «il giusto», non come lo potremmo pensare noi ma nella maniera in cui lo delineò Leskov che è qualcosa che ha a che fare con «la giustezza di un passo, l'adesione istintiva a una misura, una certa istintiva estraneità alla corrente maggiore, e un privato andar leggeri per sentieri sfumati eppure fermi», nelle parole di Baricco (e sempre dalla trascrizione dei miei quaderni), Benjamin decise per un'astrazione capace di superare l'essere contingente della narrazione. Qualcosa a cui possono riferirsi in definitiva anche i narratori odierni, in cui possiamo provare a sperare tutti per salvare, oggi come allora, la narrazione dai pericoli che derivano da sempre più dirompenti mutazioni, tentando, e forse è l'unica via d'uscita, di volgerle a favore nostro e della narrazione stessa.

Questa è la cornice, il resto nelle risposte alle altre domande.


Illustrazione di © Mattias Adolfsson


2 - Quali studi bisogna seguire per arrivare a insegnare "Pedagogia delle narrazioni"? 

R. Bella domanda! Farei però un passo indietro, perché prima di arrivare agli studi c'è molto lavoro da fare ed è bene iniziarlo a svolgerlo il più presto possibile.

Provo a scriverne, certa che tentare di dire in breve di alcuni modi di stare al mondo è una piccola impresa. 

Premetto che quando parlo di narrazione considero tre aspetti congiunti: l'ascoltare, il vedere, il sentire, il trovarsi ad "assistere a", non meno che l'odorare e il toccare, qualcosa che proviene dall'esterno in grado di catturare la nostra attenzione (l'avvento di un'emozione estetica); il racconto che l'accogliere questa emozione produce in noi divenendo, a sua volta, altro e oltre (la modificazione del pensare e del sentire); il desiderio che porta all'intenzione di trasferire questo racconto ad altri (la trasmissione dell'esperienza). 

La "Pedagogia delle Narrazioni" studia questi aspetti e le molteplici relazioni che intessono tra loro. Si interessa, inoltre, di un'altra importante categoria, quella della "narratività", che si riferisce all'uso della narrazione in quei processi educativi consapevoli che la dimensione estetica sia l'elemento fondativo di ogni forma di conoscenza: 

«Narratività è soprattutto clima e atteggiamento culturale essenziali a un setting educativo che si riconosca nella dimensione estetica e pedagogico-fenomenologica. Narrare, allora, è saper fare riferimenti competenti ed efficaci all'universo del sapere narrativo e della dimensione narrativa dei saperi, è commentare e animare il commento delle narrazioni e delle pratiche ermeneutiche che le riguardano. La dimensione metacognitiva che si genera nel setting educativo narrativamente caratterizzato risulta essere la capacità di esercitare e utilizzare un pensiero simbolico, metaforico, «laterale». e di pensare e comunicare in forma di racconto» (Marco Dallari, 2005).

D'altra parte, bisogna tenere conto di come già gli studi di Algirdas Julien Greimas sulla narratività dimostrassero che si possono trovare le stesse funzioni di un racconto popolare tanto in una teoria scientifica, quanto in un contratto di assicurazione, di matrimonio o in formula giuridica.

Dicevo, del molto lavoro da fare. 

Se fin da bambini o al massimo da ragazzi non vi sono piaciute, e non avete praticato con passione e senza misura, almeno cinque di queste cose, occuparvi di narrazione forse non è la prima delle strade che dovreste intraprendere: leggere, ascoltare musica, andare al cinema, rimanere affascinati da quadri sculture e certe forme di artigianato; andare a teatro; trascorrere ore tra pagine di illustrazioni e fumetti; perdervi senza paura in certi passages di paesi e città; sorprendervi a cercare la quarta dimensione che trasforma gli oggetti, rinunciare a qualcosa e correre a perdifiato pur di non perdere: a) l'ultimo numero di un fumetto, b) l'episodio di un cartone, c) la puntata di un telefilm e, più tardi, quella di una serie, d) la partita a un videogioco; rimanere irretiti dal racconto di anonime storie di vita; provare piacere a stare nel centro esatto della natura; giocare con le piccole cose facendole diventare grandi e, per ultimo, non trovarvi male in defilati angoli di solitudine. 

Questa come indispensabile base di partenza su cui poter solidamente costruire tutto quello che verrà.


Illustrazione di © Mattias Adolfsson


Per quanto riguarda gli studi che favoriscono questo tipo di formazione, non a caso ho scritto favoriscono: non pensate di uscire da qualsiasi realtà formativa scegliate con un titolo specificatamente abilitativo, viene da sé che tutti quelli artistici e umanistici sono i più consigliati: dalla scelta della scuola superiore a quella della facoltà universitaria (in alcune Università, le Facoltà di Scienza della Formazione, mi riferisco per esempio a quella storica di Bologna, hanno da poco sostituito l'insegnamento di "Letteratura per l'infanzia" con quello di "Pedagogia della Narrazione"). 

Ma ci sono molte altre valide realtà in Italia che promuovono studi che vanno in questa direzione: Scuola Holden, Accademia Drosselmeier, Bottega Finzioni, e poi... IED, ISIA, Accademie di Belle Arti, Mimaster, Fabbrica delle Favole, Sàrmede Le immagini della fantasia, le scuole di fumetto... corsi di scrittura, cinema, di teatro, tra gli altri. 
Molto dipenderà dagli insegnanti che troverete e dal fatto che il pensiero e l'impostazione di ciascun corso o scuola facciano o meno il caso vostro. Posso anticiparvi che, in ogni caso, tutto poggerà sulle vostre capacità e onestà, ovvero se sarete capaci di fare il salto dal rapportarvi a qualcosa con la sola passione al volerla studiare professionalmente e se sarete così onesti da riconoscere se riuscirete a farlo con costanza e nel tempo, se sarete disposti a lavorare duramente, oppure no.

Dico questo perché guardare il mondo attraverso la narrazione richiede l'acquisizione di un sorta di «settimo» senso - un misto di particolari abilità e sensibilità nell'usare congiuntamente i cinque sensi più quell'intuizione a orientarsi nell'esistenza che percepiamo essere il «sesto» - che necessità di essere alimentato e praticato di continuo per essere perfezionato.


Illustrazione di © Mattias Adolfsson


3 - Come sei arrivata a insegnare "Pedagogia delle Narrazioni"? Qual'è stato il tuo percorso?

R. Il mio percorso è stato tutt'altro che classico.

Se è vero che fin da bambina ho praticato con smodata passione non solo cinque, ma molte di quelle cose di cui vi ho scritto sopra, non ho frequentato una scuola superiore di tipo umanistico e, come Facoltà universitaria ho scelto "Scienze politiche". Lì, per mia enorme fortuna, ho trovato un vero maestro di pensiero e di vita, Pier Cesare Bori, un uomo di cultura e saggezza oltre il dicibile, capace di un ascolto così profondo e significativo da trovare le parole per rivelarti a te stessa. 
Con lui mi sono laureata in "Filosofia morale". Mentre preparavo la tesi di ricerca su Maria Zambrano e sulla filosofia, letteratura e arte spagnola, come ho già avuto modo di scrivere in un post sul blog dei Topipittori qualche tempo fa, lessi che Maria durante la seconda Repubblica, poi stroncata dalla dittatura di Franco, aveva dato vita insieme ad altri intellettuali a “Las misiones pedagógicas”. Le "Misiones" nacquero dalla convinzione che la nascita di una nuova nazione potesse fondarsi solo sul diritto alla cultura riconosciuto a ogni persona fin dalla più tenera età e che questo potesse avvenire creando concreti presupposti per la costruzione di conoscenza condivisa la cui diffusione sarebbe stata garantita dalla messa a disposizione degli intellettuali e degli artisti, le anime chiamate per portare le "Misiones" fin nei paesi più remoti della Spagna.

Partirono così tra i primi, a dorso di mulo, Maria e gli altri, alla conquista di paesini dove non vi era altro libro che la Bibbia e dove le uniche immagini presenti erano icone cristiane e qualche sparuta fotografia. I gruppi erano due: uno promuoveva l'arte, l'altro la letteratura. Sul mulo venivano caricati, a seconda, quadri o libri. Il viaggio poteva durare settimane. Nel giro di poco tempo, la richiesta da parte dei piccoli paesi di avere altri quadri e altri libri raggiunse livelli impressionanti: tra il 1931 e il 1936, 196 circuiti di "Misiones Pedagógicas" raggiunsero 7.000 città e villaggi; con la partecipazione di 600 "missionari", furono attivate o riattivate, a seconda dei casi, 5.522 biblioteche, distribuiti oltre 600.000 libri, prodotti 286 spettacoli teatrali del "Teatro y Coro" e fatte approdare in 179 località le "Exposiciones Circulantes de Pintura" del Museo del Pueblo.




Illustrazione di © Mattias Adolfsson


A un'osservazione più attenta, che poi trova conferma nel pensiero espresso in tutta l'opera di Maria Zambrano, quello a cui cercavano di dare vita questi intellettuali era la proposta di una narrazione alternativa (partendo dai bambini) a quella dittatoriale che aveva governato fin lì la Spagna, e che loro sapevano di non aver ancora interamente sconfitto. Il tempo purtroppo diede ragione ai loro timori e se è vero che la Guerra Civile Spagnola è stata, in tutto, il prodromo della Seconda Guerra Mondiale, non ci si può esimere dal rilevare quanto, nell'uno come nell'altro caso, sia stata proprio la narrazione a creare quelle due immense tragedie.

Sono state le "Misiones", la tesi e la possibilità di poter condividere poi per alcuni anni pensieri e parole con Pier Cesare Bori, insieme a un passo compiuto indietro nel tempo all'inizio delle passioni della mia vita (nel frattempo poi ero diventata giornalista, da qualche anno lavoravo in radio dove curavo una rubrica culturale dedicata ai libri e a ciò che gli gira intorno, di lì a poco avrei diretto un teatro...), che mi hanno portato a scegliere, con convinzione, una strada al di fuori dell'Università e a dedicarmi interamente alle narrazioni partendo da quelle rivolte ai bambini.

E poi, tanto studio, il rifare tutto quello che facevo prima con passione ora con più dedizione e consapevolezza, e la decisione di iscrivermi al master di alta formazione dell'Accademia Drosselmeier, dove ho incontrato Antonio Faeti, altro maestro che per primo ha intravisto per me il percorso della "Pedagogia delle Narrazioni", che lui volle plurale perché, al tempo, disse: «quelli che se ne occupano ora escludono ancora colpevolmente il figurativo a favore della letteratura, il cinema e il teatro, gli ultimi due quando va bene». Dopo diversi altri incontri e lezioni con Antonio Faeti, nel 2005 iniziai a insegnare "Pedagogia delle Narrazioni" e fu lui il primo a conoscere la pazienza e la fatica per convincermi che i due termini che definivano l'insegnamento potessero convivere uno al fianco dell'altro. Ci sto ancora lavorando, come avete letto. Onestamente devo aggiungere che avevo alle spalle, e poi ho continuato a seguire, un discreto numero di altri corsi di approfondimento e perfezionamento. Posso dire però, con assoluta franchezza, che tutto ciò che ho fatto ha avuto significato e importanza per il lavoro che faccio oggi.

Questo per ricordarvi, nuovamente, che se vorrete dedicarvi a questo lavoro, molto, moltissimo dipenderà da voi.



Illustrazione di © Mattias Adolfsson


4 - Le tue lezioni sono rivolte a insegnanti, bibliotecari, librai, genitori, lettori, bambini e ragazzi. Abbiamo letto che hai tenuto anche corsi per gli anziani... sono ambiti diversi dello stesso insegnamento?

R. Non sono ambiti, sono solo sfaccettature diverse dello stesso insegnamento, diciamo così, e come tali chiedono che nella cassetta che vi porterete appresso vengano messi attrezzi differenti da usare, di volta in volta, in modo appropriato. 

Succederà così, prima vi accontenterete di metterete gli attrezzi d'uso poi, mano a mano che aumenterà la vostra esperienza, imparerete a forgiarveli da soli in modo che possano calzarvi alla perfezione, tanto da dimenticarvi, ma soprattutto da far dimenticare a chi vi ascolta, che li state usando. Non so, per farvi un esempio, se vi troverete a parlare del romanzo europeo potrà esservi utile conoscere quando e perché, al tempo, Bachtin decise di applicare la teoria del cronotopo di Einstein a quella della letteratura, ma nel contesto sbagliato esporre questa teoria potrebbe tramutarsi in un killer per l'attenzione e il piacere di chi vi sta ascoltando. Allora, come novelli Silvan, dovrete esercitarvi a lungo per imparare a mostrare senza esibire, a fare opera di prestidigitazione sulla vostra preparazione e tecnica, al fine di imparare a gestire contemporaneamente il concetto del cronotopo che avete studiato e l'abilità di usarlo senza che questo influisca sul racconto che state facendo, tenendo il cronotopo su un campo lunghissimo, se non del tutto nascosto.

Per dirvene una, dovrete imparare per primi a narrare.



Illustrazione di © Mattias Adolfsson


Da poco ho terminato un corso semestrale per futuri illustratori e grafici che mi ha dato molta soddisfazione, altri attrezzi da sperimentare. 
A settembre ne inizierò uno dedicato alla scrittura, certo non è il primo ma ci sto già lavorando e sto provando a impostarlo in un modo del tutto nuovo. La possibilità di potermi rivolgere a gruppi di studenti (o partecipanti ai miei corsi) differenti è una delle cose più interessanti e stimolanti del mio lavoro. Inutile dire che così ho l'opportunità di apprendere molto da chi incontro. E poi questo mi pone su una sorta di crocevia privilegiato, uno snodo cruciale, che mi permette di confrontarmi con tutte le figure coinvolte dell'intera filiera del mondo della narrazione (gli editori, gli scrittori, gli illustratori, i grafici, i fumettisti, gli attori, i registi, poi i distributori e anche i bibliotecari, gli organizzatori di iniziative premi e altro, gli insegnanti i bambini e i ragazzi, i genitori e i nonni, i librai e i lettori) e sapere se le intenzioni incontrano le aspettative, le vocazioni i desideri, le offerte i bisogni. A volte a essere posizionati lì però è anche fonte di frustrazione, quella che nasce dal toccare con mano come problemi che vengono vissuti pigramente senza soluzioni se solo fossero affidati a un dialogo onesto e costruttivo tra le parti potrebbero invece essere risolti con una discreta facilità.

Infine, i corsi con gli anziani, sì mi è capitato di condurne qualcuno, esperienze indimenticabili. Quella fame di storie così forte da bambini, che ci illudiamo muti con l'età, è ancora lì intatta che aspetta solo di essere alimentata di nuovo. Credo sia anche questa una grande opportunità conoscitiva che offre la possibilità di vedere dispiegato davanti a sé, in attesa di essere ascoltato e compreso, lo svolgersi di una narrazione che partendo dall'origine di una quasi, per molti totalmente, esclusiva oralità si è trovata nella tarda maturità a compiersi nell'epoca di internet e dei social media, una nuova forma di narrazione dalla quale gli anziani però rimangono per lo più esclusi. Tra i due estremi, si trova una terra di mezzo piena di possibilità non ancora esplorate da loro, una terra di stupore di cui possono divenire i nuovi abitanti.


Illustrazione di © Mattias Adolfsson


5 - È possibile declinare la "Pedagogia delle Narrazioni" anche in altri settori oltre l'insegnamento? Tu per esempio ne scrivi, hai creato Gavroche (a proposito, non hai pensato di aprire una pagina su Facebook?), ti abbiamo visto lottare per salvare libri delle biblioteche, qualcuno ti ha visto cambiare disposizione dei libri sugli scaffali delle librerie e si dice che tu lo abbia fatto anche sulle tavole di un venditore ambulante di libri usati, si dice...

R. Una cosa per volta. E poi, ho promesso che non avrei toccato le domande, questa però mi fa sembrare un tantino fuori di testa, ma una promessa è una promessa. Allora, andiamo per gradi. Per quanto riguarda la prima parte della domanda, penso che sia indispensabile declinare la "Pedagogia delle Narrazioni" in tutti i modi possibili. Il pericolo, in caso contrario, è quello di arrivare a cristallizzarsi nel bozzolo rassicurante di vuote teorie e quindi di non aver più niente da trasferire, trasmettere, agli altri. Inoltre, la narrazione è troppo veloce per fermarsi a un unico confronto con lei, come può essere quello offerto dalla prospettiva del solo insegnamento, anzi proprio l'insegnamento deve essere l'ultima cosa, quella in cui vengono riversati tutti i frutti di ciò avete studiato e fatto fino a un momento prima.

Ecco, un altro punto fondamentale, che non mi avete chiesto ma che voglio dirvi perché credo che ci sia qualche falso mito da sfatare. Molto spesso mi capita di incontrare persone che si avvicinano alle narrazioni per l'infanzia spinte da motivazioni romantiche, da vissuti riferiti a particolari momenti di vita (magari sono diventati di recente madri o padri), oppure dopo aver provato il gusto amaro delle relazioni lavorative di un mondo esclusivamente abitato da adulti. Non sarò io a fare una classifica delle motivazioni più valide o interessanti perché non credo sia giusto farlo. Solo vorrei dirvi, non mi stanco di ripeterlo anche ai miei studenti, che dovreste valutare la professione che vi interessa praticare, prima di tutto e sopra ogni cosa, come lavoro. In particolare, questa di cui stiamo parlando richiede: che non siate mai stanziali ma sempre in movimento a cercare e a vedere cose nuove (e, va da sé, che siate abbastanza abili a muovervi con destrezza tra i prodotti culturali provenienti da diversi Paesi); che siate disposti a lavorare in posti spesso differenti e distanti da casa; che non smettiate mai di studiare e di mettervi in discussione; che siate in grado di regolare da soli l'organizzazione delle vostre giornate e, non meno, che siate voi a seguire, prima di altri, contratti e noiose, ma fondamentali per la vostra sopravvivenza, pratiche amministrative ed economiche.



Illustrazione di © Mattias Adolfsson


Per quanto mi riguarda, poi, e arrivo a rispondere alla seconda parte della domanda, scrivo rimanendo sempre nell'ambito della "Pedagogia delle Narrazioni" per riviste e pubblicazioni del settore. Poi, nel 2011, dopo anni in cui, viaggiando per il nostro Paese trovavo costantemente riscontro di quanto siano ancora tristemente e meravigliosamente attuali le “missioni pedagogiche” di cui vi ho scritto (naturalmente collocandole nel nostro tempo), ho pensato di aprire un blog, e di farlo diventare quel mulo che potesse andare dove io da sola non sarei mai riuscita ad arrivare.

Gavroche, il nome inizierà a tornarvi se pensate a quel bambino sulle barricate nelle strade di Parigi, è nato semplicemente così; dalla consapevolezza di quanto il nostro Paese sia impari nell'offrire opportunità di conoscenza ai bambini (e nel fornire strumenti agli adulti che li seguono) e di quanto sia pericolosamente disinteressato all'evidenza che le oggettive condizioni sociali ed economiche in cui i bambini vivono, decidono il numero di possibilità che potranno giocarsi per il loro (e il nostro) futuro; dal fatto che in questa incommensurabile e voluta disparità, la cultura continui a essere ogni giorno vilipesa nella sua essenza, che è quella di mettersi a disposizione per interpretare, sostenere, dare senso e, vien da sé, raccontare la vita di ogni donna e di ogni uomo. La cultura, tre le molte altre cose, è l'insieme delle possibilità che devono essere messe a disposizione delle persone perché possano scegliere come costruire la propria identità, perché possano rappresentarsi il mondo, la realtà, le cose, loro stesse, e produrre quelle metaconoscenze (tra cui la capacità di scegliere, di autodeterminarsi e di autrappresentarsi) indispensabili per la direzione autonoma della loro vita.

L'idea originaria di Gavroche era quella di farlo viaggiare per un po' di tempo con un bagaglio leggero per vedere come veniva accolto dai lettori: niente mio profilo, facebook e twitter. Poi, in base alla risposta dei lettori, piano piano avrebbe dovuto ampliare il suo profilo, cosa che ora trovate scritta nel blog e, udite udite, sarà proprio con questo post che approderà su FB.

Infine, per le questioni del "lottare per salvare i libri delle biblioteche", del "cambiare disposizione dei libri sugli scaffali delle librerie" e del "cambiarli sulle tavole di un venditore ambulante di libri usati", alcune di queste cose mi succedono spesso, è per questo che qualcuno di voi mi ha visto farle; altre meno, ma sono tutte sfumature del mio lavoro più che del mio carattere, come invece potrebbe sembrare.

Per dirvi, se foste chiamati a valutare un catalogo di una biblioteca che intende mandare al macero i libri senza parole perché non ha senso tenerli visto che non c'è nulla da leggere (uno tra i mille esempi che potrei farvi), voi cosa fareste? Oppure, se entrando in una libreria, sezione bambini, trovaste esposti in bella vista quasi solo libri mass market e nascosti negli scaffali quelli di ottimi scrittori e illustratori voi non cambiereste l'ordine? Infine, e pazienza se alcuni di voi erano presenti e già lo sanno, se vi fermaste a un banchetto di libri usati, badate bene vicino a una gelateria (in un thriller questo sarebbe l'annuncio della scena del delitto), e il proprietario vi dicesse che non vende un libro cosa fareste? Notando che i titoli sono buoni e i prezzi anche, capireste che è un problema di esposizione: i libri sanno instaurare sorprendenti relazioni tra loro. Allora, anche sulla promessa di un gelato pagato al giorno se dovessero aumentare le vendite e questo per i tre giorni in cui vi fermerete in quel posto per il corso, decidete di dargli una mano e, con il suo permesso, gli cambiate l'esposizione dei titoli sul banchetto. Succede poi, che le vendite si alzano felicemente (non è sempre così facile però). Magia? No, è solo la conoscenza di come si muovono le narrazioni (chiedetelo al famoso signor Daunt delle librerie londinesi se non è così). È questa è solo una piccola parte di quello che potreste imparare a fare anche voi, e che poi vi troverete a fare, se deciderete di dedicarvi alla "Pedagogia delle Narrazioni" o di come sarebbe meglio chiamarla.


Nella speranza di esservi stata utile, vi lascio con una pensiero: siate grati dei piccoli favori... ricordatevi che le storie vi sono arrivate, vi arrivano e vi arriveranno sempre per voce o per mano di qualcuno.


Illustrazione di © Mattias Adolfsson


* Un ringraziamento particolare a Chiara Beltrame e ai lettori di Gavroche che hanno saputo spronarmi a fare questo post e attendere.

** Tutte le immagini del post, come indicato, sono dell'illustratore svedese Mattias Adolfsson.
Al momento, purtroppo, non ci sono suoi libri pubblicati in Italia. Speriamo che una delle nostre case editrici più attente non se lo lasci scappare.

5 commenti:

  1. Bellissimo e interessantissimo post! Non è molto che ti seguo purtroppo, ma i tuoi articoli sono sempre molto interessanti. E' vero che se si vogliono fare questi "lavori particolari" molto dipende da noi. Io ho da poco finito il triennio all'Accademia di Belle arti in Fumetto e Illustrazione. Il "problema" è che parti, dritto come un fuso, con l'idea di voler fare l'illustratore o fumettista, e poi ti si apre un mondo, e, almeno nel mio caso, ora disegnare non mi basta più. Mi piace molto farlo e ne sento spesso il bisogno, ma amo troppo leggere, andare al cinema, interessarmi alla letteratura per ragazzi. Mi piace tantissimo anche quello che viene considerato il lato più teorico, fatto di analisi, saggi, temi trattati. Vorrei poter fare tutto, disegnare, promuovere la lettura, lavorare in un associazione, e forse, sicuramente, si può. Il problema è farsi valere. Nel senso che pochissimi ti danno la possibilità di "provare" proprio perchè ti stai ancora formando e non sei uno che sai già come muoverti. Questo lo capisco, ma mi amareggia anche. La mia è una passione vera e profonda, e spero prima o poi che qualcuno la colga e mi dia una mano per capire bene come muoversi in questi campi, da un lato diversi ma tutti molto vicini e assolutamente collegati. Spero che queste realtà diventino sempre più diffuse e conosciute.

    Grazie per ciò che scrivi.

    Michela

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie a te, Michela.

      Quello che mi scrivi, riferito alla tua esperienza, formazione e di quanto ciò che hai conosciuto fino a ora, ha contribuito ad aprire altre porte ai tuoi interesse e desideri, è un momento un passaggio fondamentale che provi ora, ma ti capiterà di provare in diversi periodi della tua vita, sia che alla fine tu decida di dedicarti al fumetto e all'illustrazione o ad altro.
      Non voglio spaventarti, anzi, vedrai che più conoscerai questo groviglio di sensazioni più riuscirai a volgerlo a tuo favore.

      Comprendo lo smarrimento che stai provando e quanto sia faticoso riuscire a compiere il primo passo, ma se posso darti un'indicazione eccola: lascia stare l'amarezza, non è facile lo so, ma cerca di trasformarla in forza propulsiva. Per prima cosa, sentire il desiderio di allargare gli orizzonti è un fatto positivo, l'importante è non perdersi troppo, ma un po' fa bene. Inizia con l'individuare un paio di strade e non pensare mai che siano chiuse o, in questo modo, di precludertene altre. Poi, gli orizzonti possono essere più vicini di quello che credi: possono essere anche stimoli per allargare il perimetro di ciò che ti appassiona già (occasioni di portare "dentro"). Se invece sono ormai andati a lambire quei perimetri che hai disegnato qui (e ti hanno portata "fuori"), beh, in questo secondo caso, invece mi sento di darti un consiglio. Se è l'abito delle narrazioni per bambini e ragazzi quello che ti interessa, cerca di conoscere al meglio questo ambiente, le professioni, i protagonisti, le realtà editoriali e di promozione della lettura, i corsi post accademie (ne trovi di validissimi anche segnalati nel post) le biblioteche, le fiere, le librerie e molto altro (anche del panorama internazionali). Tutto, e non è facile come sembra. Cerca di frequentare le persone che lo abitano, lo farai già senz'altro, ma anche chi, come te, si sta avvicinando per la prima volta. Potresti anche provare a chiedere ad alcune realtà se c'è la possibilità di fare uno stage, per metterti alla prova e capire sempre di più cosa fa per te. Non so se le mie parole possono esserti d'aiuto, forse la proposta concreta di una possibilità da cogliere per iniziare lo sarebbe di più. Penso spesso che dovrei creare una sorta di bacheca degli annunci o, meglio, un "luogo" di dialogo, dove possano incontrarsi coloro che offrono e cercano collaborazioni professionali. Purtroppo, c'è una cosa che limita le richieste: il continuo dover fare i conti con risorse economiche limitatissime che sono la diretta conseguenza di una politica culturale, quella del nostro Paese, che è a dir poco vergognosa. Ecco perché ti ho scritto di cercare di conoscere le persone, perché alla fine sono sempre loro che fanno la differenza. Se ti andrà, tienimi aggiornata su come procedono le cose.

      Elisabetta

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    2. Grazie mille per la tua risposta. Io sicuramente non mi abbatto, sono animata da troppo amore nei confronti di questo panorama editoriale, e sono di quelle persone che crede fermamente che prima o poi la passione viene ripagata. Dico solo che non è facile, e proprio per le risorse economiche. Non è colpa di nessuna Associazione, Ente, Biblioteca, Casa Editrice, perché so benissimo e capisco che è un momento duro, durissimo. Tanto che ormai queste esperienze sono più facili da fare attraverso il proprio corso di studi, che spesso prevede o nel triennio o nel biennio specialistico, un tirocinio. Però da "privato" è dura, perché i soldi non ci sono e il volontariato nei più casi non si può fare perché è come se fossi una persona tenuta "in nero" all'interno dell'organico. Nel nostro paese forse la passione non viene contemplata, non esiste che uno per farsi le ossa accetti di fare km, ore senza essere pagato. Anche se in certi settori lo è eccome. Oppure sono stata sfortunata io e a chi ho chiesto, che seppure mi han trattato benissimo e hanno ribadito di aver in realtà un grande bisogno di giovani e di aiuto, non possono aiutarmi perchè non sanno come inquadrarmi. La bacheca sarebbe molto bella e interessante, ma sicuramente difficile. Non vedo l'ora di poter fare il tirocinio della specialistica per capire un po' meglio, oltre all'illustrazione, cosa fare, a livello più teorico, diciamo. Disegnare sicuramente si, ma a me piace troppo anche leggere, capire le storie, cercare significati nascosti, esprimere quello che mi suscitano immagini e testo, quindi devo capire come "sfruttare" questa passione. Intanto mi sono buttata su un blog, per vedere se riesco a esprimere quello provo e cercare di coinvolgere lettori e visitatori. Le fiere, i convegni, le conferenze già li frequento un po', e li trovo sempre bellissimi e illuminanti. Anche su autori, illustratori, case editrici cerco di informarmi, però ci vuole tempo, perché di materiale ce n'è davvero tanto. Spero di trovare la mia strada insomma, anche a costo di trovarla a 30 anni o di più. Spero ci sia un piccolo posticino anche per me :)

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  2. Evviva Elisabetta, sei tornata. E in grande stile.

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    1. Grazie Topi! E mi sono anche sdoppiata, e... grazie Giovanna.

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