venerdì 17 marzo 2017

IL LIBRO DEI LIBRI


Oliver Jeffers/Sam Winston, La bambina dei libri,
traduzione di Alessandro Riccioni,
Lapis Edizioni Roma, 2017

(40 pp., € 14,50)

Sono molto affezionata a A Child of Books, dal momento della sua prima uscita, all’inizio dello scorso settembre, mi accompagna in molti dei miei incontri. Il libro del pluripremiato autore e illustratore Oliver Jeffers e dell'artista tipografico Sam Winston, edito da Walker Books e vincitore del prestigioso Bologna Ragazzi Award nella categoria “Fiction”, ora è disponibile anche nelle nostre librerie per Lapis Edizioni con il titolo La bambina dei libri, nella traduzione di Alessandro Riccioni.


MOTIVAZIONE DELLA GIURIA DEL BRAW


Un libro sapientemente congegnato che unisce tipografia e disegno a mano libera per esplorare e celebrare la ricchissima storia dei libri per bambini e il potere delle storie. Una traversata dei grandi classici del passato a conferma della loro linfa vitale nella letteratura contemporanea per ragazzi, pagine che stimolano a riflettere sulla scrittura e la lettura, portentose, con un intreccio magistrale di immagini e testo che conferisce al libro una complessa stratificazione tutta da esplorare da parte del lettore. Così, la storia qui narrata e la storia dei libri che la ispirano infonderà in tutti i bambini l'amore per la letteratura.

L'armonia straordinaria, l’equilibro perfetto tra parole e immagini, le continue sorprese rendono questo libro estroso e suggestivo, mentre l’attenzione al dettaglio ne aumenta ulteriormente la potenza e l’effetto.



A Child of Books - Book Trailer


La bambina dei libri si apre con due frasi messe in esergo dagli autori.
Tra quei due pensieri scelti è racchiuso tutto il valore del libro: le intenzioni, i desideri, i ricordi, le visioni che i due autori si sono scambiati così profondamente in cinque anni di lavoro, tanto da intrecciarsi in un racconto che il lettore non potrà che leggere come inscindibile.

"L'universo è fatto di storie, non di atomi."
Muriel Rukeyser, La velocità del buio, 1992

E per Hubineck
"Hubineck morì all'inizio del marzo 1945, libero ma non redento.
Di lui non resta nulla: la sua testimonianza vive attraverso questo mie parole."
Primo Levi, La tregua, 1947


La prima, se l’universo è fatto di storie, se sono quindi le relazioni che permettono agli atomi di stare insieme al fine di costituire il tutto e noi siamo parte, badate bene non il centro, di quel tutto, va da sé che anche il significato del nostro essere nel mondo dipende dalla capacità che abbiamo di accogliere, elaborare, produrre e condividere a nostra volta storie. Cosa non così scontata e facile da farsi.

La seconda, le parole sono memoria, anche mappa identitaria e genetica, segno di esistenza, forma e sostanza del nostro essere al e nel mondo, nello scritto di Levi.
Le parole sono, al contempo, anche la memoria che ci hanno lasciato qui i grandi scrittori del passato.
L’eco di quelle visioni che è rimasta, rimane e rimarrà dopo la loro scomparsa.
Ma non può essere liquidata così questa scelta: Primo Levi, il dovere della sua scrittura, mi sono detta, non può essere considerata un’opzione tra le altre. Siamo tutti personaggi, come quelli dei romanzi, ma della storia? Abbiamo bisogno di prendere rilevanza rispetto al contorno perché la nostra esistenza, riconosciuta, acquisisca senso per noi e per gli altri? Perché ogni persona, ogni cosa, non venga dimenticata? Memoria delle parole… e parole della memoria, quindi?
Siamo tutti testimoni, vediamo, viviamo e raccontiamo, nostro malgrado.

Nelle immagini che accompagnano, poi, l’apertura della pagina che contiene questi pensieri compaiono un calamaio, una penna e un foglio di carta ingiallito a ricordarci che questo libro è prima un omaggio alla scrittura, quella dei libri che hanno abitato anche l’infanzia dei due autori, senza la quale tanta lettura, anche contemporanea, non si darebbe. Un foglio che gli autori vogliono passare nelle mani del lettore che un giorno, usando quella chiave lasciata nell’ultima pagina del libro, potrà decidere o meno di inciderlo con i suoi pensieri.


Una bambina naviga con la sua zattera su un oceano di parole sospinta dalla sua fantasia, arriva davanti alla casa di un bambino e lo invita a seguirla nel mondo dei libri e delle storie. I due scalano montagne immaginarie, scalano le mura di castelli infestati da mostri che omaggiano Sendak, si perdono tra foreste di fiabe, si inoltrano nell'oscurità delle caverne. Pagina dopo pagina, man mano che il viaggio fantastico procede, la fantasia del bambino si risveglia, cresce e finalmente esplode in una festa di colori: il mondo della bambina dei libri ora è diventato meravigliosamente anche il suo mondo.


Oliver Jeffers/Sam Winston, La bambina dei libri,
traduzione di Alessandro Riccioni,
Lapis Edizoni, Roma, 2017

Oliver Jeffers/Sam Winston, La bambina dei libri,
traduzione di Alessandro Riccioni,
Lapis Edizoni, Roma, 2017


Onde, montagne, nuvole, castelli: questi scenari non sono altro che paesaggi tipografici creati dall'artista Sam Winston sagomando alcune citazioni tratte dai classici della Letteratura per ragazzi, dalle ninne nanne alle filastrocche fino ai romanzi.
Sam Winston racconta che era un bambino dislessico e che ogni volta che doveva leggere era una vera e propria lotta. Ricorda che quei piccoli segni neri sulla pagina si trasformano in immagini nella sua mente e che i libri, per lui, erano uno spazio intermedio, un luogo di mezze immagini e mezze parole. A guardare le sue opere oggi, a ripercorre i quindici anni dei suoi libri d’artista, viene da pensare a quanto sia prezioso ogni sguardo sul mondo, nella sua diversità.
Anche le inconfondibili illustrazioni di Jeffers che animano i paesaggi di Winston - realizzate ad acquerello, matita e collage digitale - attingono dal mondo delle storie. La sua è sempre scrittura a mano, mentre il carattere delle sculture tipografiche di Sam è un Adobe Garamond Pro, così per rimanere in tema di libri.

Quella che ne esce è un'avventura nel regno delle storie, un inno al potere dell'immaginazione, ma è anche un viaggio metatestuale attraverso i classici della Letteratura per ragazzi.


Insieme,  L’isola del Tesoro di Robert Louis Stevenson, Robinson Crusoe di Daniel Defoe, Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift, Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, Peter Pan e Wendy di J.M. Barrie, Il vento tra i salici di Kenneth Grahame, Piccole donne di Louisa May Alcott, Il racconto di Peter Rabbit di Beatrix Potter, le fiabe dei Grimm, Grandi speranze di Charles Dickens, La leggenda di Sleepy Hollow di Washington Irving, Brilla, brilla piccola stella! di Jane Taylor, I viaggi del Dottor Dolittle di Hugh Lofting, Le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain e tantissimi altri (l’elenco completo si trova nelle risguardie del volume, diviso per i temi che tratta ciascuna illustrazione: L’Onda, Le Montagne, La Grotta, Il Buco, Il Mare, Il Mostro, La Foresta, La Luna, Il Mondo…).



Oliver Jeffers and Sam Winston discuss "A Child of Books" Part 1



Oliver Jeffers and Sam Winston discuss "A Child of Books" Part 2


La verità, raccontano gli autori, è che mentre procedevano si sono accorti che stavano facendo questo libro per loro, un omaggio a tutti i libri della loro infanzia. Un ricordo di quelle prime immersioni in altri mondi, da cui riemergevano ogni volta a fatica. E, insieme, hanno deciso di guardare indietro nel tempo per comprendere che cosa rendeva quelle letture così speciali e cercare di restituire ai lettori, attraverso una classicità riproposta in chiave contemporanea, quel piacere indicibile che o si prova subito o mai più: quello di lasciarsi andare e nuotare fino allo sfinimento nel flusso delle storie, mettendosi in gioco completamente e così seriamente a ogni occasione da ricevere in cambio nuova vita.


Non a caso, la bambina dei libri è così coraggiosa e il bambino ancora timoroso. È naturale che sia così. Mentiamo a noi stessi, prima che ai bambini, se pensiamo che il piacere della lettura sia trasmissibile con la nascita o facilmente conquistabile. È una continua scalata. Al di là dei buoni intenti e le buone volontà c’è un istinto a cercare qualcosa fuori che sentiamo poter completare o rispondere o prolungare - fino a mettere in seria discussione -  ciò che abbiamo dentro. È uno degli istinti vitali che qualcuno sente forte e altri meno, non c’è niente di male.


Oliver Jeffers/Sam Winston, La bambina dei libri,
traduzione di Alessandro Riccioni,
Lapis Edizoni, Roma, 2017

Oliver Jeffers/Sam Winston, La bambina dei libri,
traduzione di Alessandro Riccioni,
Lapis Edizoni, Roma, 2017


C’è un ideogramma giapponese che uso spesso a lezione per mostrare come nasce ogni tipo di narrazione: Saku Taku No-Ki che identifica l’attimo in cui la gallina e il pulcino picchiettando con il becco all’esterno e all’interno dell’uovo toccano lo stesso punto e frantumano il guscio. La scrittrice americana Jane Yolen lo ha scelto per mostrare che le storie prendono vita allo stesso modo. Si trovano in due diversi luoghi: uno fisico che si può toccare e conoscere, l’altro, profondo e segreto, sta all'interno di noi, nel luogo del sensibile. Perché una storia abbia inizio è necessario che questi due luoghi si incontrino. E il loro incontro può avvenire solo attraverso l’esperienza estetica, quel rivelarsi del senso della propria unicità che si dà nell’aprirsi alla conoscenza del mondo tangibile e intangibile, che va sollecitata, nutrita, alimentata, curata, lasciata crescere libera fin dalla più tenera età.

E quella chiave finale che il libro offre è proprio questo: la possibilità di incontro. Messa lì sul limitare dell’ultima pagina dove gli autori rispettosamente si fermano, in realtà può essere raccolta da persone di ogni età, insieme ai bambini, per superare la paura che le storie, soprattutto quelle scritte, possono fare. Una distanza che negli anni possiamo ritenere, sbagliandoci, incolmabile. Una chiave che sblocca e sbloccando spalanca porte che mai avremmo immaginato esistessero. Leggere, come scrivere, destabilizza. È la sua forza e la sua fascinazione. L’ebrezza di una promessa di libertà.

«Noi siamo altro che le storie che ci sono state raccontate, che noi raccontiamo e che vengono raccontate su di noi.» Oliver Jeffers


Oliver Jeffers/Sam Winston, La bambina dei libri,
traduzione di Alessandro Riccioni,
Lapis Edizoni, Roma, 2017


L’idea di base del libro può apparire molto semplice, se non fosse per quei molteplici livelli di lettura che, come i migliori libri, offre: qui una prima lettura superficiale dona lo stesso piacere al lettore di quello che riceverà se decide di rimanere tra quelle storie per tutto il tempo che desidera.
Sono due piaceri diversi, due scoperte differenti, due esperienze parallele.
La bambina dei libri è al contempo anche un libro fatto di libri. Una biblioteca di carta che ogni lettore può portare con sé, dove troverà sempre un tesoro nascosto da leggere e da proporre: un bambino, un ragazzo, un adulto, un bibliotecario, un librario, uno studente di letteratura, chi si affaccia per la prima volta alla Letteratura per Ragazzi, insieme a tutti gli altri, possono trovarsi benissimo tra le pagine di questo libro.

Anche per questo, per poter restituire il senso e la bellezza di questa avventura letteraria la casa editrice ha deciso di affidarne la traduzione ad Alessandro Riccioni, non solo fine traduttore, ma poeta e scrittore per bambini e ragazzi. Una scelta perfetta. Ho avuto il piacere di conoscere alcune fasi di questo lavoro, estremamente curato, abbastanza da vicino e di apprezzarne la risoluzione di alcuni snodi problematici che, se non affrontati con la giusta competenza, avrebbero rischiato di non riuscire a rendere il valore dell’edizione originale.

Chi infatti conosce A child of books, si accorgerà, per esempio che le parole “imagination” e “invention” sono state tradotte da Alessandro con il termine fantasia.
Prima di stupirvi, di scuotere avanti e indietro la testa con determinata ostinazione, procedete nella lettura.
Alessandro su questo è stato irremovibile.
I motivi della sua presa di posizione sono dipesi da tre fattori, questo per vedere insieme che cosa vuol dire occuparsi in modo serio e professionale di traduzione.
Il primo motivo, il significato e l’uso dei termini “imagination” e “invention” in lingua anglosassone non è esattamente lo stesso della lingua italiana.
Il secondo dei motivi, visto che si tratta qui di un libro rivolto primariamente ai bambini, il termine fantasia, più usuale e meno polisemantico, può offrire loro qualcosa che possono immediatamente percepire e fare proprio. 
Il terzo, il termine fantasia è quello che ha corrisposto meglio all’intento degli autori.

Non a caso è stato liberato, dopo un confronto con Alessandro, direttamente da Oliver Jeffers.

Infine, ho deciso di scomodare Bruno Munari non solo perché al tema della distinzione tra immaginazione invenzione e fantasia ha dedicato un libro, oltre al lavoro di una vita, ma per dare un’idea che il tema non è una questione di lana caprina, ma può rivelarsi qui fondamentale.

Dunque, per Munari, esistono quattro categorie di pensiero al riguardo:
La FANTASIA: tutto ciò che prima non c’era anche se irrealizzabile.L’INVENZIONE: tutto ciò che prima non c’era ma esclusivamente pratico e senza problemi estetici.La CREATIVITÀ: tutto ciò che prima non c’era ma realizzabile in modo essenziale e globale.L’IMMAGINAZIONE: la fantasia, l’invenzione, la creatività pensano, l’immaginazione vede.Bruno Munari, Fantasia, Giuseppe Laterza & Figli, Roma-Bari, 1977/2008, pp.12-19.  
«La fantasia è la facoltà più libera delle altre, essa infatti può anche non tenere conto della realizzabilità o del funzionamento di ciò che ha pensato. È libera di pensare qualunque cosa, anche la più assurda, incredibile, impossibile.» Bruno Munari, idem, pag. 21. 

E procede convinto:
«Molta gente crede che i bambini abbiano una grande fantasia perché vede nei loro disegni o sente nei loro discorsi, delle cose fuori dalla realtà.  Oppure crede alla grande fantasia dei bambini perché loro, gli adulti, sono ormai totalmente condizionati e bloccati che mai potrebbero pensare a cose simili. In realtà, il bambino fa un’operazione molto semplice: proietta tutto quello che sa su tutto quello che non conosce a fondo.   
[…] 
Se vogliamo che il bambino diventi una persona creativa, dotata di fantasia sviluppata e non soffocata (come in molti adulti) noi dobbiamo fare in modo che il bambino memorizzi più dati possibili, nei limiti delle sue possibilità, per permettergli di fare più relazioni possibili, per permettergli di risolvere i propri problemi ogni volta che si presentano.» Bruno Munari, idem, pag. 30.


Oliver Jeffers/Sam Winston, La bambina dei libri,
traduzione di Alessandro Riccioni,
Lapis Edizoni
, Roma, 2017


«La nostra casa sarà il regno della fantasia, 
dove tutti, ma proprio tutti, possono entrare.»


Ecco a cosa serve quella chiave di cui scrivevo poco sopra, lasciata lì, prima della chiusura del libro, e promessa dalla copertina dagli autori, quella che porta con sé il messaggio dell’intero libro, in simbolo e parole.
Ciascun lettore potrà decidere se raccoglierla e seguire i due bambini.
Se usarla per aprire la sua porta ancora chiusa, perché l’accesso che offre la fantasia è l’unico spiraglio che ci permette di affacciarsi su quell’universo che si trova fuori e si cela dentro di noi.
In ogni momento della nostra vita.






GLI AUTORI


Sam Winston e Oliver Jeffers
©Photo Andy Lo Pò


Oliver Jeffers è nato a Port Hedland, Australia Occidentale nel 1977 ed è cresciuto nell'Irlanda del Nord, a Belfast. Artista, autore e illustratore di libri per bambini è considerato uno dei protagonisti più importanti della letteratura contemporanea per l'infanzia di tutto il mondo. L'arrivo dei suoi libri in Italia lo si deve alla casa editrice ZOOlibriL'incredibile bimbo mangia libri (2009/2015 - versione pop-up 2011), Chi trova un pinguino... (2010/2014), Nei guai (2012), Quest'alce è mio! (2013), Gli Ughi in Io non c'entro (2013), Gli Ughi e la maglia nuova (2012), Come trovare una stella (2015). Con Mondadori è uscito Fred l'amico immaginario (2016) e, come si è detto, La bambina dei libri appena uscito per Lapis Edizioni. Oggi vive con la sua famiglia a New York.


Sam Winstonclasse 1978, vive a lavora a Londra e pensa che le parole non vadano prese troppo sul serio, ma solo conoscendo il suo intero lavoro artistico si può capire il perché di questa affermazione. Il suo stile guarda alla lingua non solo come coadiuvante di messaggi, ma anche come forma visiva in sé. Noto per le sue opere tipografiche e i ricercatissimi libri d'artisti, Sam in realtà si occupa anche di pittura, scultura, collage, installazioni e poesia. Un tema costante è la sua esplorazione delle narrazioni nascoste che estrapola dai corpi canonici del testo con una particolare tecnica di cui è diventato maestro. Winston ha esposto le sue opere in musei e gallerie di tutto il mondo. La Tate Britain, la British Library, la Library of Congress di Washington, il MoMA di New York e la Stanford University, tra molti altri, conservano i suoi libri d'artista nelle loro collezioni permanenti. La sua prima messa immagine mercato dei libri ha raggiunto il numero cinque nella lista bestseller del New York Times ed è stato tradotto in 19 lingue entro un anno dalla sua pubblicazione.