sabato 10 settembre 2011

QUANDO HO INCONTRATO GAVROCHE

di Antonio Faeti


Anche se sono nato nel 1939, Gavroche è entrato nella mia vita così come entrava in certe vite dei ragazzi italiani alla fine dell'Ottocento. 
Abitavo in via Orfeo al numero quindici, al tredici c'era la famiglia di Gianni Rizzi, un postino, vecchio militante socialista (l'ho disegnato, a figura intera, sulla copertina del mio libro I viaggi di Taddeo, edito da Einaudi nel 1974).
Come tanti del suo partito, Gianni conosceva I miserabili di Victor Hugo, così come si ama e si usa un libro di preghiere, cogliendo in esso exempla, regole di vita, pretesti per riflessioni politiche e sociali. Recitava lunghi brani a memoria, leggeva altre parti del libro e sempre offriva un commento in cui, paradigmaticamente, il nostro mondo veniva confrontato con quello di Giovanni Valjean, di Fantina, di monsignor Benvenuto.


Nelle sere d'estate, il giardinetto dei Rizzi, separato dal nostro per mezzo di un muretto molto più antico de I miserabili, ospitava una trentina di ragazzini e bambine che ascoltavano Gianni, lettore e commentatore del romanzo di Hugo.
Conobbi Gavroche in una di quelle sere, lo sentii per sempre fratello, amico, guida, paradigma, icona. Conoscevo bene il suo andare da solo nelle notti buie delle metropoli. Morta mia madre nel 1944 avevo preso a percorrere le stradine di Savigno, a entrare nelle case dove non dovevo entrare, e le peregrinazioni notturne erano proseguite a Bologna dove ero ritornato dopo lo sfollamento.


Gavroche, illustrazione di Emile Bayard
In Gavroche, il tema del bambino errante nella notturna Babele, raggiunge livelli di bellezza poetica e di verità sociologica che nessuno, anche gli scrittori grandissimi, ha mai potuto toccare. Si avverte che questo feu-follet, come lo definisce Hugo, può cogliere e riassumere il doppio volto della città dei misteri. Salta, danza, corre, ascolta, spia... Che cosa vede? Ladri e puttane, sacerdoti che vanno a chiudere gli occhi agli agonizzanti mentre scassinatori affrontano banche e dimore patrizie, "demi-vierges", coccotes gozzaniane, infermiere trepidanti, operai delle scuole serali, anarchici che discutono, poeti che bevono, ronde di soldati, panettieri, spazzini, nobili decaduti, luetiche sogghignanti, mezzane dall'aria di signore proustiane... Gavroche ha gli occhi di René Clair e quelli di Antoine Doinel, ovviamente...

Ci sono tanti eroi bambini che si collegano con varie letterature, in molte città: Emilio e i detective, i ragazzi della via Pal, Oliver e la sua Londra, la bambina Zazie con la sua Parigi... Ma in Gavroche c'è dell'altro, e questo "altro" lo avevo trovato anch'io nella Bologna degli ultimi mesi di guerra e dei primi anni di pace. Privo della mamma, andavo dove volevo, ma soprattutto vedevo ciò che una mamma mi avrebbe sicuramente impedito di vedere... Che cosa facevano, davvero, quelle ragazzine truccate da donne, quando sparivano tra le rovine dell'Ospedale Maggiore, distrutto dalle bombe, in compagnia dei soldati americani?... Perché tutti dicevano tanto male di quel signore piccolissimo, dotato di una grandissima gobba, però si inchinavano reverenti quando lo salutavano?
Perché ero il solo bambino a poter percorrere, di notte, i bellissimi "Giardini Margherita", di giorno lietamente offerti al passeggio di balie, neonati e pensionati?

Gavroche, morto sulle barricate mentre partecipa alla rivoluzione, non può essere accostato a nessun altro eroe bambino di nessuna letteratura. Per trovargli dei "fratelllini" occorre addentrarsi nella Storia, non nelle Finzioni. Così è un Gavroche davvero quel Gennaro Capuozzo, morto bambino nelle "Quattro giornate di Napoli" (sono riuscito a fargli intitolare una scuola...), ci sono stati vari Gavroche nel ghetto di Terezin (spero che si possa avere una mostra dei disegni fatti da loro...), e sono Gavroche gli "sciuscià", tanto quelli del famoso film, quanto il dimenticato Sciuscià del fumetto di Giana Anguissola.


Eugène Delacroix, La Libertà guida il popolo, 1830
Gavroche fa risplendere il genio di Hugo, mette in evidenza lo splendido coraggio dello scrittore. Perché per creare un Gavroche occorre essere spudorati, in quanto si deve andare fino al limite, oltrepassare la decenza, vincere i controlli. Non è l'icona dell'eroismo proletario, è la bandiera maledetta di un lumpenproletariato che non si celebra, non si onora, non si ricorda neppure. 


Dalle notti di via Orfeo, Gavroche mi è sempre vicino, mi spinge verso strade non conosciute, mi salva dal "politicamente corretto", è un vaccino contro il buonismo. Se si vuole conoscere davvero Gavroche occorre studiare - ma davvero studiare - i coniugi Thénardier, ma, soprattutto, bisogna non negarsi mai ad ogni "metafora Thénardier" delle tante che la vita ti presenta.
Accortosi della mia incipiente passione per la "metafora Thérnadier", morente nel 1956, il postino del numero tredici si fece promettere che avrei sempre evitato la coppia Thérnadier, ovunque l'avessi incontrata. Ho promesso, ma volevo conoscere davvero Gavroche, così non ho mantenuto la promessa.
Ho conosciuto e frequentato non pochi Thénardier. Senza di loro non avrei mai compreso chi fosse davvero Lolita, avrei censurato il genio di Nabokov. E in Co-ire, per me il libro-simbolo del '77 bolognese, ho trovato altre tracce, altri modi per capire.
Un anno, alle "VIscardi" di Bologna, ho conosciuto una classe fatta quasi solo di Gavroche, ho avuto quei bambini per due anni, ho tentato di raccontarli nel libro La via della sgorbia, non ci sono riuscito.

Antonio e la classe IV elementare delle "Viscardi", 1961

La via della sgorbia,
Giannino Stoppani edizioni, 

Bologna, 2003

Sul limitare
Baldini Castoldi Dalai, Milano, 2005


Resta, in me, il senso della doppia presenza di Gavroche: devo essere più o meno arrivato a trentotto libri, ma non ho ancora scritto quello ispirato al bambino delle barricate. Ricordo, ritrovo, rivedo, ma i controlli e le censure prevalgono. 
Ho deliberatamente scritto Sul limitare pensando sempre a Gavroche, ma neppure quello mi sembra davvero il libro del feu-follet.
Pensare che il libro ha suscitato tanto scandalo, ma è frutto di autocensura.






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