venerdì 7 dicembre 2012

L'AVVENTO DEI LIBRI. GIORNO 7


« E mille grazie del bel libro per bambini »
di Peter Bichsel

Da bambini non si ha alcuna possibilità di scampare ai gusti e alla generosità delle vecchie zie. Ho un ricordo molto sbiadito di quei libri. Evidentemente le mie zie mi regalavano solo libri che a loro non piacevano molto: forse perché i libri in assoluto non dicevano niente, oppure perché erano convinte che io fossi troppo giovane per leggere tutto quello che piaceva a loro. Spesso, evidentemente, si sforzavano addirittura di offendermi. Mi regalavano dei libri che a loro giudizio rispecchiavano il mondo dei bambini. Ma io in questo mondo ci vivevo quanto gli altri bambini, cioè pochissimo. Il mondo dei bambini è un arrogante invenzione degli adulti, che intendono con ciò il mondo del grazioso, dell'indifeso e dell'innocuo. A me non interessava il mondo dei bambini, a me interessava semplicemente il mondo. Io avevo in mente a quel tempo un'unica cosa: diventare un adulto, un macchinista di treni, un trombettiere dell'esercito, un domatore di leoni. Volevo imparare qualcosa sugli adulti, sul mondo vero, e le indicazioni stampate sui libri «Età consigliata» mi offendevano se l'età minima non era di molto superiore alla mia. Il fatto è che io ero già diventato un lettore snob, arrogante, cocciuto e pretenzioso, mentre le zie che mi regalavano i libri non erano delle lettrici, non si interessavano ai libri e pensavano a simili oggetti stravaganti solo a Natale. Nella loro qualità di lettori i bambini si trovano in una situazione quasi assurda: normalmente ricevono i libri in regalo da analfabeti, da gente che per conto suo non legge alcun libro. Gli autori e gli editori di libri per bambini si scontrano con l'assurdità per cui i loro fruitori non sono i loro acquirenti. Ciò conduce alla disgraziata conseguenza che i libri non devono piacere ai lettori ma ai compratori, benché questi compratori non siano affatto dei lettori. L'industria tessile si trova da tempo in una situazione decisamente migliore. I bambini sono in questo caso dei diretti acquirenti e devono solo essere finanziati per i loro acquisti. Ho davanti a me una pila di libri per bambini pubblicati quest'anno, e noto che in gran parte sono ancora libri da zie, libri cioè che vogliono convincere i bambini di vivere in un mondo senza alcun problema e chiuso in se stesso. Questo mondo aproblematico, sicuro e sano è dipinto a colori così uniformi da non contenere alcun dettaglio significativo. Una cosa determina l'altra, e anche disegnatori e illustratori sfumano laddove dovrebbero mostrare. Ai bambini invece piacciono i dettagli, gli sgabuzzini ingombri e le soffitte. Quello che a me sembra uno dei compiti della letteratura, cioè intraprendere continuamente un inventario degli oggetti del mondo, ritengo sia anche un compito dei libri per bambini. I disegni di questi libri devono far nascere delle parole, provocare delle parole. Non devono essere niente di più (e niente di meno) che l'impalcatura sulla quale i bambini possono costruire da soli le loro storie.[...] Un libro per bambini che contenga esclusivamente quello che vi sta scritto, che racconta una storia e fornisca le immagini corrispondenti, che cioè non sia capace di risvegliare altre storie, magari migliori, un libro del genere non ha alcun valore. I bambini al massimo si dimostreranno così educati da ringraziare la zia del libro. Dopo Natale si metteranno a scrivere la letterina obbligatoria: «… e mille grazie anche del bel libro per bambini» [...] 
© Peter Bichsel, «E mille grazie del bel libro per bambini» in Al mondo ci sono più zie che lettori, Marcos y Marcos, Milano, 1989

Sono passati ormai diversi anni da quando ho letto Al mondo ci sono più zie che lettori e da allora ogni volta che esce un nuovo titolo di Peter Bischsel per me è una gioia. Così è stato quando lo scorso anno la casa editrice Comma 22 ha pubblicato Quando sapevano aspettare e ancor di più quando pochi mesi ha dato alle stampe Il lettore, il narrare,  ormai divenuto un classico, che Bichsel scrisse nel 1982 e ora riproposto in italiano con l'aggiunta di alcuni recentissimi inediti.  

Peter Bichsel © tutti i diritti riservati

Peter Bichsel (Solothurn, 1935) è uno degli scrittori svizzeri più noti. Dopo il diploma magistrale, ha lavorato come maestro di scuola elementare fino al 1968. Il suo esordio nella prosa risale al 1960 ma è tra il 1964 che pubblica il suo primo di successo Eigentlich möchte Frau Blum den Milchmann kennenlernen, (1964 In fondo alla signora Blum piacerebbe conoscere il lattaioMarcos y Marcos 1988), a cui fanno seguito Kindergeschichten (1969 - Storie per bambini, Marcos y Marcos, 1986) e Schulmeisterein (1985 -  Al mondo ci sono più zie che lettori, Marcos y Marcos, 1989). Nel 1965 ottiene il premio del Gruppo 47, il circolo letterario tedesco più importante dell’epoca. Il corpus principale della sua opera successiva è costituito dalla rubrica Kolumnen, elzeviri, che dal 1968 a oggi Bichsel scrive regolarmente per il settimanale “Schweizer Illustrierte” e che la casa editrice Suhrkamp periodicamente raccoglie e pubblica. Peter Bichsel è membro dell’Accademia di Belle arti di Berlino e socio corrispondente dell’Accademia tedesca di lingua e poesia di Darmstadt. Un'intensa amicizia lo unì allo scrittore Max Frisch fino alla morte di quest’ultimo nel 1991. Il 17 maggio scorso Bichsel ha ottenuto il "Grande Premio Schiller" che era stato riconosciuto, tra gli altri, a Frederich Durrenmatt nel 1960 e proprio a Frisch nel 1973.

Peter Bichsel, Quando sapevamo aspettare,
traduzione di Anna Allenbach
© Comma 22, Bologna, 201
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«Perché aspettiamo? Perché ci mettiamo in corridoio molto tempo prima che il treno si fermi e aspettiamo? Probabilmente perché non c'è niente che abbiamo imparato con tanto dolore quanto l'attesa, aspettare la scuola materna, la scuola elementare, la fine delle scuole, di andare in pensione o addrittura aspettare di aspettare» © Peter Bichsel, Quando sapevamo aspettare, Comma 22, Bologna, 2012

Il tempo e l'attesa sono temi fondamentali nella narrazione di Bichsel, sono per lui addirittura il fondamento dello scrivere e della letteratura, come sottolinea Anna Ruchat in "Peter Bichsel, il "Wenigschreiber"" di Il lettore, il narrare. L’attesa, in particolare, poi è il locus narrativo privilegiato dei suoi elzeviri, piccole storie nate spesso sui vagoni del treno, luogo ideale, come dice lo lui stesso, per la concentrazione nella distrazione.


Spesso prendo il treno per lavorare, per leggere o per scrivere. L'impazienza è nemica di entrambe le cose e la ferrovia mi rende paziente. Ma succede molto spesso che io prenda il treno perché voglio o devo andare a Zurigo, Francoforte, a Berlino. E sarebbe un'ottima occasione per lavorare. Ma quando conosco la destinazione, in treno non riesco a scrivere. In questo caso anche per me il treno diventa un luogo di impazienza, perché so cosa aspettarmi, aspetto Berlino, per esempio. © Peter Bichsel, op.cit., Comma 22, Bologna, 2012, pp. 97 - 98.

La scrittura di Peter Bichsel è così, un racconto del racconto e quando credi che ti stia dicendo la cosa più semplice, e lo fa anche permettendoti di seguirlo con estrema facilità, poi ti porta da un'altra parte con la stessa facilità di prima ma intanto i tuoi pensieri stanno viaggiando su strade parallele difficili da controllare. Quando sapevamo aspettare è una raccolta di una parte di questi scritti nati in treno, il titolo stesso del libro preso da uno dei racconti è la traccia che ci è permessa di seguire di storia in storia, la porta di accesso a un ricco campionario di insolite attese. La prima, la più apparente, è quella tra una settimana e la successiva, il tempo concesso all'autore per scrivere gli elzeviri del periodico sul quale vengono pubblicati, stimolante limite creativo dell'operare che Bichsel padroneggia alla perfezione. Ma se l'attesa è uno stato costante e profondo, nelle risposta scritta di Bichsel all'interrogativo  del "perché dobbiamo aspettare", allora il lettore si troverà sospeso in quello spazio indefinibile dell'essere e del ricordo che così bene appartiene allo scrittore svizzero, ed entrerà senza accorgersene nella sua biografia  che in fondo è anche un'attenta e limpida visione di considerazioni altre tra un’epoca della stessa esistenza e l’altra, tra le persone che se ne sono andate e le cose seppur apparentemente insignificanti che però rammemorano frammenti della loro presenza, e l'autore che ancora rimane testimone di un mondo che nel presente quasi non lo riguarda ma col quale continua accanitamente a voler fare i conti. 

Aspettare di aspettare, Due premi Nobel, una sera, Un musicista jazz seduto su un melo,  Storie di cose non dette,  Il mondo piccolo e il mondo grande e altre 33 storie, scritte tra il 2005 e il 2007, scandiscono dunque il passaggio del tempo il ritmo delle stagioni, degli anni con un tono sommesso e tenace raccontano soprattutto un luogo, al Soletta di Bichsel, e quella Svizzera così aggrappata a se stessa, e che pure è costretta a cambiare.

SCRITTO NEL VENTO 
Una ragazzina di prima elementare ha trovato in soffitta una vecchia macchina da scrivere elettrica. La macchina da scrivere non funziona più, non ci si può scrivere più niente. Adesso la ragazzina sta seduta in un angolo della stanza e gioca a scrivere a macchina. No, non batte come si fa normalmente con una macchina da scrivere, ma come si suonano le note sul pianoforte. Con un ditino tocca delicatamente il tasto, alza lo sguardo e segue la lettera, come l'orecchio segue le note che si disperdono nell'aria. Poi una seconda, una terza lettera, e lo sguardo nell'aria e l'"ascolto" dell'"accordo". La ragazzina gioca seria e assorta, e dopo un'ora che gioca, con una scusa le passo accanto e guardo la tastiera e le sue piccole dite. Scrive davvero, scrive parole e frasi: frasi che non arriveranno mai da nessuna parte, che non saranno mai scritte, frasi che si dissolvono nell'aria, che a partire da questo momento saranno ovunque e in nessun luogo, frasi lievi come le piccole dita, tanto delicate da non potere essere viste da nessuno. Ma sono state scritte, una volta e per sempre, hanno la solennità della poesia. Mi faccio silenzioso e la osservo stupito: non parleremo mai della macchina da scrivere. [...] © Peter Bichselop. cit., Comma 22, Bologna, 2011, p. 58.

Peter Bichsel, Il lettore, il narrare,
traduzione di Anna Ruchat
© Comma 22, Bologna, 2012

Il lettore, il narrare, Der Leser, das Erzählen. Frankfurter Poetik-Vorlesungen 1982 Marcos y Marcos 1989), nella nuova edizione di Comma 22 raccoglie le cinque significative Lezioni di Francoforte di Peter Bichsel su lettura e letteratura e i tre testi scritti in occasione del conferimento del "Grande Premio Schiller". 
Leggere Bichsel fa dimenticare il racconto piccolo-borghese che spesso accompagna l'argomentazione del leggere e dello scrivere. La sua è piuttosto una visione quasi domestica della lettura e della scrittura (in modo diverso la stessa di Ezio Raimondi scrive nel suo ultimo La voce dei libri, Il Mulino, 2012). 
Nella relazione tra narrazione e lettura di Bichsel non c'è ciò che potreste immaginarvi di trovare. Essa è dettata dallo stato di necessità di entrare in contatto col mondo, o con il sottrarvisi, prima che da una speculazione sugli argomenti letterari, le inutile statistiche che riguardano i lettori e i peana a sostengo delle motivazioni del leggere. 
Lo stato di imbarazzo che accompagna l'esistere e il suo adattamento al o nel mondo richiedono a Bichsel per primo la mediazione necessaria dei gesti del narrare e del leggere. Atti necessari, dunque, intensi e corporei prima che speculativi e dunque politici nel senso più vivo del termine. 

Che cos'è dunque un lettore? [...] intanto leggere ha poco a che vedere con  quella che chiamiamo letteratura. Un lettore è un fanatico, e non dico un fanatico dei contenuti e dei temi, raramente si fissa su singoli e limitati ambiti tematici. I lettori sono onnivori. I lettori sono coloro che durante determinate funzioni (penso al bagno) non ce la fanno se non hanno da leggere, che non digeriscono se non hanno da leggere e quant'altro. Leggere, questa è la mia opinione, è un atto fisico. © Peter Bichsel, op. cit., Comma 22, Bologna, 2012, p. 23.

Viene qui alla mente anche il racconto che Bichsel fa sempre di quel grande amore che prima di ogni cosa l'ha portato e lo porta e leggere e scrivere: quello per le lettere dell'alfabeto.
Dunque, la strada che parte alle considerazioni dello scrittore svizzero non è mai lineare e piana, le asprezze che vi si incontrano sono quelle di un sguardo sempre sincero ma obliquo su se stessi prima che sulle cose, sull'essenza che determina il gesto del posare quello sguardo che è fatto di storia personale e concreta degli aspetti contraddittori e frustranti della vita quotidiana dove i dettagli divengono emblemi per un narrazione più grande, quella degli eterni ritorni della storia e delle storie dell'uomo.

La letteratura, di questo sono convinto, è ripetizione. Le storie di questo mondo sono già state scritte: sono nella Bibbia, nei racconti di Chassidim, in Omero. Chi legge Gothe o Adalbert Stifter o Fontane non sa meno dell'andamento del mondo di chi legge Heinrich Mann o Gunther Grass o Martin Walser, le storie che nonostante ciò continuiamo a scrivere non sono necessarie perché abbiamo bisogno di storie. Sono necessarie, perché la tradizione del narrare, dello scrivere storie, non muoia. Le antiche storie basterebbero per affrontare la vita, ma chi mai vorrebbe vivere in un mondo in cui non nascono nuove storie, in un mondo in cui si produce soltanto Storia e non storie? Il che significa che uno stato che produce, una società che promuove i prodotti degli scrittori ma non la loro esistenza, rinuncia alla letteratura. © Peter Bichselop. cit, Comma 22, 2012, p. 57.

Peter Bichsel, dunque, sarà anche uno "scrivipoco", come si autodefinisce, ma nel breve spazio delle sue storie di sicuro non manca mai un profondo, inusuale e stimolante esercizio dell'intelligenza.


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